Speleologia

Gli esploratori del sottosuolo sono gli speleologi. Molto raramente la loro attività è di tipo professionale. Non sono scienziati e, nella maggior parte dei casi, nemmeno degli studiosi. Sono per lo più degli appassionati che, con le più varie motivazioni, passano i loro fine settimana sotto terra, attratti soprattutto dal fascino degli ambienti che si incontrano e dalle soddisfazioni regalate da grandi e piccole scoperte, a fronte spesso di fatiche fisiche non indifferenti. Già… la scoperta. I mondi sotterranei non possono essere spiati dai satelliti, non possono essere cartografati né fotografati prima che qualcuno li abbia percorsi e tutto ciò che contengono, prima di essere visti, ci è sconosciuto. Lo speleologo, con le sue attrezzature e le sue tecniche, ma anche con la sua curiosità e propensione mentale, è l’unico a poter percorrere e documentare rigorosamente, così come i geografi dei secoli passati facevano con terre ignote, questi mondi. Lo speleologo infatti può a buon titolo essere considerato sostanzialmente un geografo.

Speleologi davanti ad un sifone
Speleologi davanti ad un sifone

La speleologia esiste da quasi due secoli, da quando cioè impavidi pionieri hanno iniziato ad esplorare e documentare scientificamente un mondo dal quale gli uomini erano da sempre attratti. Per tutti questi motivi, e non solo per questi, è ben difficile – e sarebbe alquanto riduttivo – il voler inserire la speleologia nel novero di quelle discipline che una certa moda definisce sport “estremi”. Proprio perché la speleologia non è affatto un’attività solo sportiva, ma soprattutto esplorativa e l’esplorazione porta con sé scoperta, documentazione, conoscenza, sempre e inevitabilmente, anche quando chi la pratica sostiene di fare speleologia con finalità puramente sportive e non si rende conto di quanta documentazione procuri senza volerlo, per sé e per gli altri. Dalle grotte escono fotografie, rilievi topografici e geologici, descrizioni, dati, reperti; non solo, ma escono anche osservazioni, ipotesi, idee sui percorsi sotterranei delle acque, sugli sviluppi possibili del sistema all’interno della montagna e sulla sua evoluzione, verifiche e nuove scoperte, nuove esplorazioni, nuove conoscenze; e ancora, innovazioni, nuove tecniche, nuove attrezzature. Sono gli inevitabili risultati cui si arriva passando tante ore sotto terra, nell’eterno gioco del cercare di andare sempre più oltre e sempre più in profondità
Eh sì! Diciamocelo francamente. Con buona pace di chi ha cercato a lungo le recondite motivazioni psicologiche e, soprattutto, di chi vorrebbe sempre e solo trovare in qualsiasi umana attività dei risvolti utilitaristici, diciamolo, si tratta solo di un bellissimo gioco, non solo per il corpo, ma soprattutto per la mente. Le sue motivazioni sono sostenute dalle forti emozioni di percorrere mondi inesplorati e vedere paesaggi mai visti, dal desiderio di estendere il più possibile la dimensione tridimensionale del “sistema” per capire l’interno della montagna oltre alla sua superficie, dalla grande curiosità di scoprire cose nuove e dal desiderio di conoscere, di documentare e quindi di fare conoscere agli altri.

Discesa in grotta
Discesa in grotta

Tutto ciò val bene la pena di rotolarsi un po’ nel fango, di stare un po’ nell’acqua e di soffrire un po’ di freddo. E di non chiedersi troppo perché lo si fa.
Esplorare i mondi sotterranei è doversi muovere in continuazione all’interno della montagna. Non è “alpinismo alla rovescia”, come spesso si sente definire e la differenza sta proprio qui: perché siamo all’interno. Non disponiamo mai di orizzonti aperti, come fossimo fuori, non possiamo mai guardare lontano, magari con un binocolo; ciò che vorremmo vedere è sempre nascosto e al buio, è dietro la curva della galleria, è in fondo al pozzo, è al di là della strettoia e per quanto ampio possa essere il salone, possiamo abbracciare con lo sguardo solo qualche decina di metri. È inevitabile insomma il dover ficcare il naso in ogni angolo. Ma non è tutto qui. A differenza dell’alpinista che sa sempre dove sta andando e dove vuole arrivare, non avendo sotto terra alcun riferimento con la superficie, non abbiamo nemmeno la percezione di dove siamo e in che direzione stiamo procedendo ma anche, soprattutto, non sappiamo cosa troveremo e dove arriveremo, tenuto conto che, oltre tutto, ci spostiamo in un ambiente ad altissimo grado di tridimensionalità, in cui ci possiamo muovere in tutte le direzioni dello spazio. Gli speleologi più bravi sono quelli che sanno costruirsi nella testa questo reticolo di vuoti, che sanno cioè “vedere” con la mente l’interno della montagna, ma quando i percorsi sono lunghi e molto tortuosi, non è facile a nessuno un simile esercizio mentale. L’unico modo per rapportare con l’esterno un complicato sistema sotterraneo, una volta stabilitane l’esatta posizione dell’ingresso, è l’esecuzione di un rilievo topografico per mezzo del quale possiamo tracciare sulla carta, in pianta e in sezione, l’andamento dei nostri “vuoti”. Questa, al di là di ogni altro tipo di attività, ricerca e motivazione, è una delle operazioni che viene ritenuta fondamentale da ogni speleologo e che viene svolta per tutte le grotte, grandi o piccole che siano.
Muoversi dunque, ma innanzitutto in sicurezza, per la quale servono efficiente equipaggiamento, adeguate attrezzature, buona preparazione tecnica e allenamento fisico. Le attrezzature sono in funzione del tipo di grotta e quindi dei problemi tecnici da affrontare e degli ostacoli da superare, come l’esistenza o meno di salti verticali (pozzi). Pure l’equipaggiamento individuale può variare a seconda del tipo di grotta, dalla temperatura dell’ambiente, dalla presenza di acqua e così via, ma fra questo vi sono alcune cose irrinunciabili in quanto di uso fondamentale da parte di ogni speleologo. Il casco, non solo protezione dalle testate sulla roccia o dai sassi, ma anche supporto per gli impianti d’illuminazione frontale, è elemento emblematico nella pratica speleologica. La fonte di luce principale, accompagnata da quella elettrica d’emergenza, è costituita dalla fiammella che brucia gas acetilene, prodotto dal gocciolare di acqua sul carburo di calcio in una lampada collegata con un tubo di gomma al beccuccio posto sul casco. La tuta, di tela, di plastica, di tessuto impermeabile e traspirante che sia, più o meno sofisticata a seconda delle esigenze, serve a proteggere dall’acqua, dal fango, dagli strappi degli indumenti sottostanti che a loro volta ci proteggono dal freddo.
La preparazione tecnica non è roba che si indossa. E nemmeno si improvvisa. Si acquisisce frequentando corsi specifici, tenuti dalle associazioni speleologiche organizzate che si trovano ormai in ogni città e si affina solo sotto terra attraverso la diretta esperienza, risolvendo problemi esplorativi reali in decine e decine di grotte.

Esplorazione
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