Grotte

Nel suo percorso sotterraneo, l’acqua segue vie preferenziali corrispondenti ai punti di minore resistenza. Questi sono dati da ogni tipo di discontinuità del corpo roccioso, come i giunti di strato, cioè l’interfaccia tra uno strato e l’altro o qualsiasi tipo di fratture, come diaclasi e faglie, che attraversano la montagna in ogni direzione, creando nel corpo roccioso un complesso reticolo di fessurazioni. Più che non la natura stessa delle rocce, sono quindi le caratteristiche strutturali, cioè direzione e inclinazione degli strati, oltre agli accidenti tettonici, ad esercitare il maggior controllo sul drenaggio delle acque profonde.
Lo scorrimento idrico determina la lenta ma progressiva corrosione dei due lembi delle discontinuità, tale da produrre nel tempo condotte di dimensioni anche notevoli. Lo scorrimento a pieno carico fra i giunti di strato sub orizzontali genera, ad esempio, lunghi intrichi di gallerie di vario diametro, mentre le fratture verticali favoriscono gli approfondimenti e più facilmente si originano strutture, chiamate pozzi, che catturano per gravità l’acqua, che compie dislivelli più o meno grandi.

Ingresso del Büs del Budrio
Ingresso del Büs del Budrio

Nel tempo, il sistema sotterraneo evolve e la velocità del suo sviluppo è in relazione a vari fattori (natura litologica, struttura, altitudine, ecc.), soprattutto al clima della regione, dove determinante è la quantità di precipitazioni. Lo sviluppo del sistema si relaziona spesso con variazioni più o meno ampie del livello piezometrico che, nella maggior parte dei casi, tende ad abbassarsi sempre più, abbandonando su più livelli le cavità formatesi in ambiente freatico, che divengono fossili o percorse, quando attive, da scorrimento vadoso. Allo stesso tempo, si abbassa pure la superficie carnificata, poiché smantellata, livellata, di continuo spianata (tendenza della morfologia ad altopiano). Consegue a questi eventi evolutivi che, relativamente alle due linee – del livello piezometrico e del livello di campagna – che via via perdono quota, le cavità appartenenti all’antica rete idrica ormai abbandonata “salgono” verso la superficie, fino ad interferire con essa, affiorando con alcuni tronconi. Lo smantellamento, i crolli interni e gli ingenti depositi clastici, sedimentari e chimici, che troppo spesso ostacolano l’esplorazione intasando le condotte e ostruendo i passaggi, li hanno isolati gli uni dagli altri restituendoci le singole grotte che oggi conosciamo, sparse sull’altopiano in modo apparentemente casuale.
All’interno dell’area protetta, sono state censite poco meno di una cinquantina di grotte, in gran parte ad andamento verticale e di modesta profondità. Poche altre hanno sviluppi maggiori o presentano vari motivi d’interesse; ricordiamo fra esse il Büs del Budrio, il Büs del Zel, il Büs del Pra’ derent, la Büsa tra le Tàere de la Vai sùrde, l’Omber de la Casa del Comü, la Grotta della Carbonella e tante altre. Solo in un caso, il fortuito forzamento di una insperata prosecuzione, all’Omber an banda al Büs del Zel, ha consentito di entrare nel sistema profondo e di esplorare cunicoli, gallerie, sale, forre e pozzi per uno sviluppo di oltre 15 km.

IL BÜS DEL ZEL

Büs del Zel
Büs del Zel

Il fondo della dolina nella quale ci troviamo è inciso da una grande frattura aperta in corrispondenza di una faglia. Questa permette di accedere ad una grotta di modesto sviluppo.
La notevole fama della cavità è dovuta alle sue particolari caratteristiche climatiche. Nota da sempre alla popolazione locale, costituisce un esempio tipico di ciò che in termini speleologici si definisce “trappola del freddo”. L’imbuto della dolina e l’iniziale andamento verticale della cavità fanno sì che durante l’inverno una certa quantità di neve si depositi sul fondo, comprimendosi e conservandosi a lungo. Inoltre la grotta presenta una particolare ventilazione in entrata che le consente di aspirare aria gelida, tramite fessure collegate con l’esterno. Questo favorisce la formazione di depositi di ghiaccio.
L’aria fredda, più densa e più pesante, rimane imprigionata sul fondo della cavità, facilitando la conservazione di neve e ghiaccio, spesso fino all’inizio della stagione estiva. Questo fatto non è sfuggito all’attenzione dei locali che, da tempo immemore, e fino a quando l’avvento del freddo artificiale non ha resa inutile questa necessità, hanno sfruttato tale condizione per cavarne ghiaccio durante la stagione calda. Una vecchia scala a pioli in legno, che facilitava la discesa nella grotta, rimase, fino a non molti anni fa, come testimonianza di questo utilizzo.
Nella buona stagione, si può notare che le labbra della frattura d’ingresso sono interessate dalla presenza di una rigogliosa vegetazione caratteristica dei luoghi freschi, umidi e ombrosi: soprattutto felci, muschi ed epatiche.

L’OMBER EN BANDA AL BÜS DEL ZEL

Omber en Banda al Büs del Zel
Omber en Banda al Büs del Zel

Questa grotta, che apre il suo modesto imbocco sul fianco di una dolina, è la cavità carsica più importante tra tutte quelle note sull’altopiano di Cariadeghe.
Con uno sviluppo di quasi 20 chilometri, per un dislivello di 430 metri, è la grotta più lunga e più profonda di tutta la provincia di Brescia e uno dei sistemi carsici di maggiore sviluppo a livello nazionale.
La sua esplorazione, che peraltro non si può mai considerare conclusa, ha richiesto anni di grande impegno esplorativo, durante i quali varie generazioni di speleologi hanno affrontato molte difficoltà dovute alla presenza di numerosissime strettoie ostruite dai detriti.
L’avventura inizia alla fine degli Anni ’40 dello scorso secolo. Dobbiamo a Corrado Allegretti, da tutti ritenuto il padre della speleologia bresciana, la scoperta di un esile spiraglio, poi allargato artificialmente, che diede accesso ai primi pozzi fino a poco più di 40 m di profondità. All’epoca era uno dei tanti ómber della zona, non aveva un nome suo, era vicino al Büs del Zel. Diventerà l’Omber en banda al Büs del Zel.
Nel 1967, durante una visita, vengono esplorati altri pozzi fino a –75 e vengono scoperti i resti di un orso delle caverne. Il fatto rinnova l’interesse per la grotta, soprattutto per capire attraverso quale via l’orso possa essere giunto nel luogo del ritrovamento. Viene così scoperto e allargato un passaggio non visto prima, che porta di colpo a scoprire nuovi ed inaspettati percorsi sotterranei. Nasce negli esploratori (coordinati dal Gruppo Grotte Brescia “C. Allegretti”) la consapevolezza di essere di fronte ad un sistema carsico eccezionale, con uno sviluppo di diversi chilometri.
Negli anni successivi, attraverso l’esplorazione subacquea di alcuni sifoni, e l’uso di traccianti, si fanno notevoli progressi nella comprensione dell’idrografia del sistema. La sorgente Zugna, nella Valle del Garza, viene confermata quale recapito idrico principale dell’intero complesso finora noto.