Le cave di Serle: la storia

Accanto al mestieri dei carbonai, nel ’35 ebbe inizio anche quello dei cavatori di marmo che pose fine ad un grosso dilemma per i figli dei vecchi contadini: continuare a vivere miseramente con l’attività della famiglia o diventare minatori ed emigrare anche all’estero?
La prima, al Ruer, sul confine tra i comuni di Nuvolento e Serle, venne “aperta” da un certo Goini di Virle Treponti: esperto operaio del settore con la fortunata intuizione di trovarsi di fronte ad un vasto giacimento di Botticino Fiorito.
I fatti gli dettero immediatamente ragione, ma la scarsa stoffa dell’imprenditore lo indusse a cedere la concessione ad una grande azienda estrattiva: l’Industria Marmi Vicentina di Chiampo che la ampliò espandendosi sul confinante monte Peladol.
In breve tempo molti giovani di Serle vi trovarono un’occupazione e, da semplici manovali e cariolanti, diventarono esperti e provetti estrattori, soppiantando le maestranze forestiere.

Blocchi di marmo
Blocchi di marmo

Più tardi, attigue a questa, furono aperte altre cave: nel 37 la Marzagalli di Lodi, nel 47 la Bresciani-Bussoni, che nel 49 fu assorbita dalla Bonvicini di Villanuova e, nel 50, la Gaibni, nel Peladol occidentale, che estraeva solo scaglie (scaiocc).
Esse complessivamente davano lavoro almeno 150 operai.
Anche in altre località limitrofe ci fu una frenetica corsa all’apertura di nuove cave. È il caso del Dos dove la ditta Maccabiani di Brescia, avendo acquistato i diritti del sottosuolo, nel 37 iniziò l’escavazione nel terreno dei Franzoni (Boline) occupando più di 30 operai.
Dopo alterne fortune che la videro chiudere e riaprire i battenti, nel 52 furono gli stessi Boline, con alcuni soci, a continuare l’estrazione.
Nel Cognol del Rio della Costa, invece, gli imprenditori di Berana diedero il via ad un nuovo sfruttamento minerario di breccia oniciata.
I primi ad iniziare furono Guatta e Carli, che tracciarono anche la strada, poi vennero Benedetti, Bresciani e Bocchese.
Fatta eccezione per qualche forestiero molto competente ed esperto, tutte le numerose maestranze e gli operai erano locali.
Per merito loro e con l’introduzione di nuove tecniche estrattive, di macchinari ed attrezzature sempre più moderne e sofisticate, negli anni settanta e ottanta “la pietra serlese” ebbe un suo periodo di gloria, sia come qualità che come richiesta.
Seguirono poi anni in cui, per motivi soprattutto ecologici e paesaggistici, le cave di Berana furono chiuse e abbandonate, ma i loro “medoler”, per l’esperienza maturata e per le qualità tecniche, furono immediatamente assunti in altre cave di Serle e della valle di Nuvolera.

Veduta di una cava
Veduta di una cava

Tecniche di escavazione
la tecnica allora conosciuta era quella della “cuniera”: con punta e mazzuola veniva tracciato un solco nella roccia, vi conficcavano dei cunei di legno molto stagionato e vi versavano, con certosina costanza per giorni e notti, svariati secchi d’acqua finché il legno, aumentando di volume, “spaccava in lase” da sgrossare e adattare all’uso.
Con l’avvento delle prime cave i cunei di legno furono sostituiti con quelli di ferro, provenienti dagli scarti delle segherie e conficcati, a mazzate, nelle fessure prodotte. L’operazione poteva durare anche un paio di giorni.
Il masso così tagliato veniva sollevato usando altri cunei, le “ciape”, i rulli di ferro e la “macheneta” (una specie di cric) e, con la bindella, era fatto rotolare pian piano fino al caricatore.
Qui iniziava la riquadratura utilizzando la tecnica dei punciotti, maschio e femmina, e si batteva alternativamente finché la parte eccedente staccava di netto. Se invece la sporgenza era contenuta, si cercava di pareggiare usando la mazza (la “posta”).

Lavori in cava
Lavori in cava

Poi esperte ed abili mani operavano la “stringatura”, ossia la squadratura del blocco con il solo uso della punta e della mazzuola.
Il prodotto era quindi caricato sui carri trainati da buoi o sulle “tratris”, camion a vapore alimentati a legna, con le gomme piene. Entrambi con lentezza estenuante portavano il blocco, non superiore ai 100 quintali, alle segherie di Rezzato e Virle.
Sul finire degli anni trenta giunse a Serle anche l’argano a mano, quale sostituto della vecchia binda, che permetteva tirando con una fune diretta o con quattro o cinque carrucole, di ribaltare il masso fino al caricatore.
Nel 42 giunsero anche i primi martelli pneumatici, elettrici presso la Vicentina, che aveva predisposto un impianto piuttosto costoso e, più tardi, con il compressore a nafta nelle altre.
In tal modo, pian piano, il lavoro del medoler divenne meno disumano.
Negli anni cinquanta, poi, migliorò notevolmente con l’introduzione del filo elicoidale per il taglio dei blocchi e, soprattutto con l’uso dell’esplosivo, detto anche detonante, per staccare le “bancate”.
Sul finire degli anni sessanta l’apporto delle ruspe e del derrick permise l’evoluzione delle cave che coincise con il boom degli anni settanta e ottanta.

Particolare di una cava
Particolare di una cava

Oggi nelle cave ancora attive si procede con tecniche moderne, secondo sequenze ben precise e predeterminate:
1) Asportazione del cappellaccio per mezzo della volata (esplosione simultanea di mine)
2) Perforazione con il martello pneumatico
3) Taglio alla base del blocco con il filo diamantato
4) Rovesciamento del blocco con un cuscino ad aria o ad acqua
5) Ribaltamento della bancata con l’escavatore
6) Riquadratura del blocco con perforatrice su rotaia
7) Riquadratura con segatrice a filo diamantato
8) Trasporto del blocco agli impianti di lavorazione