Parrocchiale di S. Pietro in Vincoli

La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Pietro in Vincoli, fu edificata negli anni fra il 1711 e il 1738.
L’impianto architettonico presenta notevoli analogie con la chiesa di Paitone, eretta a partire dal 1737 su progetto del Corbellini: un’unica navata a due campate, sormontata da due calotte ellittiche, impostate sulle nicchie degli altari laterali. Sopra al presbiterio si sviluppa una calotta semicircolare. L’interno è adorno di stucchi e di pitture murali con fatti della vita della Vergine e di S. Pietro, opera di Enrico Albricci.
Gli altari sono di gusto tipicamente settecentesco, realizzati con ricchi marmi – rosso di Francia, diaspro di Sicilia, bianco di Carrara, rosso di Verona – di qualità buona.
Il primo altare a destra è detto di S. Silvino. Coerente in tutte le sue parti, è impostato su una linea tipicamente tardi settecentesca. Notevole il tabernacolo a tempietto con colonnette a tutto tondo, affiancato da quattro edicole per la custodia delle reliquie.

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La pala – databile intorno agli anni 1770/80 – rappresentante “La Vergine in trono con Gesù e i Santi Silvino Vescovo, Antonio da Padova e Francesco di Sales”, è opera di Antonio Dusi.
Il secondo a destra è l’altare del SS. Rosario, databile anch’esso alla seconda metà del XVIII secolo. Opera di artigiani rezzatesi (Domenico, Giovanni, Paolo e Vincenzo Palazzi, Paolo Ogna, Francesco Bombastone, Antonio Cargnione), l’impianto è dotato di un pregiato ovato a commesso al centro del paliotto, opera di Francesco Bombastone e di un’elegante soasa marmorea entro la quale si apre la nicchia in cui è situata la statua della Vergine, di recente fattura. Tutto intorno i 15 misteri del S. Rosario del pittore Paolo Rossini, databili intorno al 1770 circa. Le statue furono realizzate da Gaetano Dionisi.
L’altare maggiore, di elegante fattura barocca, presenta una splendida decorazione a commesso, giocata sui contrasti fra il marmo nero e i marmi colorati. Notevole è il paliotto dove, fra i grandi racemi in marmi versicolori e fiori in madreperla campeggia, in ovato, la scena dell’Ultima Cena di ottima fattura per la finezza dei particolari. Sulle facce dei due pilastrini, a destra è raffigurata la Tiara con le sacre Chiavi, a sinistra il gallo e le catene spezzate. La portella del tabernacolo, realizzata ad olio e raffigurante “Gesù confortato dall’Angelo” è opera di Enrico Albricci. La pala con “La liberazione di S. Pietro” fu realizzata dal pittore veronese, allievo del Tiepolo, Francesco Lorenzi, al quale vennero commissionate anche la pala dell’Altare del SS. Sacramento, raffigurante “L’ultima Cena”, e tre ovati di modeste dimensioni, con “S. Pietro che cammina sulle acque”; “La Lavanda dei piedi” e “S. Pietro che guarisce lo storpio”, ora conservati in sacrestia ma, probabilmente, facenti originariamente parte dell’apparato decorativo dell’aula.

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Il secondo altare a sinistra, della confraternita del SS. Sacramento, fu costruito con contratto firmato il 1° aprile 1752 dai marmorari Francesco Bombastone ed i figli Alessandro e Giacomo, ed Antonio Puignago da Rezzato. Il paliotto, centrato da una elaborata croce bronzea, ricorda nel disegno le realizzazioni dell’architetto veneziano Giorgio Massari nella chiesa di S. Maria della Pace a Brescia.
Il primo altare a sinistra, detto del crocifisso, è probabilmente il risultato dell’assemblaggio di più altari. La parte inferiore segue ancora le linee tardo seicentesche, con colonne e nicchiette affiancanti il paliotto. Quest’ultimo è un’opera di particolare finezza, con commesso ad uccelletti, farfalle e volute d’acanto, in marmi versicolori e madreperla, su fondo grigio. I sovralzi dei candelabri provengono da due altari diversi, essendo uno con fondo grigio ed andamento lineare ed uno con fondo nero ed un profilo più spezzato. Nella nicchia troneggia un gruppo ligneo policromo raffigurante Cristo crocifisso con la Vergone, S. Giovanni e la Maddalena della metà del XVIII secolo.
In controfacciata, sovrastante la bussola di recente fattura, vi è una tela con “La penitente ai piedi di Cristo”, attribuita a gaetano Gandolfi.